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Diciamocelo, oggi essere green è quasi uno status symbol.
Ti basta aprire Instagram per vederlo.

Ci sono più borracce in acciaio che persone idratate, più post su “come fare la raccolta differenziata perfetta” che plastica nel mare (quasi).

La sostenibilità è diventata cool e va bene così.

Ma se ci fermiamo un attimo a riflettere, ci accorgiamo che dietro il mondo verde e patinato che ci vendono c’è una realtà molto più complessa, a volte persino scomoda.

Perché sì, essere green oggi è anche un privilegio.

Un privilegio economico, culturale e, in certi casi, pure geografico.

È bello parlare di mobilità sostenibile quando vivi in una grande città piena di piste ciclabili e car sharing, ma prova a farlo in un paesino di provincia dove il primo bus passa ogni due ore e il supermercato più vicino è a 10 km oppure di piste ciclabili neanche l’ombra.

Non tutti hanno le stesse possibilità di “vivere sostenibile”.

E forse, finché la sostenibilità rimarrà appannaggio di chi può permettersela, non sarà mai davvero tale.

Lisa Bertizzolo blogger sostenibilità e family utility

Ciao, sono Lisa Bertizzolo, sostenibilmente imperfetta, amante dei libri (non mi addormento se non leggo almeno 3 pagine di un libro), coltivo un orto in divenire e mi diletto in autoproduzione.

Da 4 anni ho trasformato la mia vita, ho lasciato il mio lavoro da dipendente e ho iniziato a dedicarmi al mondo del blogging, in particolare al tema sostenibilità non solo ambientale, anche a quella personale e familiare.

Ho anche avviato una collaborazione con un’azienda di fornitura di energie rinnovabili con a capo un progetto green e innovativo che mi ha dato la possibilità di contribuire attivamente al bene del nostro amato Pianeta e a poter lavorare con libertà di tempo e geografica.

I costi nascosti del vivere sostenibile

“Compra meglio, compra meno.”

Bellissimo slogan, verissimo in teoria. 

Ma nella pratica? 

Ci siamo veramente mai posto il dubbio che non tutti possono permettersi questo lusso?

Come family utility spesso mi imbatto in famiglie che mi spiegano le loro difficoltà nel gestire salute, alimentazione ed acquisti e sono spesso e volentieri costretti a fare scelte non in linea con il concetto di sostenibilità.

A volte il prezzo del “meglio” scoraggia anche il più motivato degli eco-entusiasti.

Perchè diciamo la verità oggi più che mai i costo della vita è molto alto.

Una t-shirt in cotone biologico può costare tre volte una fast fashion, un detersivo ecologico il doppio di uno tradizionale, un’auto elettrica… beh, lasciamo stare.

E questo è il punto dolente: vivere green spesso costa di più, almeno all’inizio.

Non è solo una questione di soldi. 

È anche una questione di tempo, informazione, accesso.

Essere sostenibili richiede ricerca: capire quali marchi sono davvero etici, leggere le etichette, confrontare prodotti, smascherare il greenwashing. 

Tutto questo è un lusso che non tutti si possono permettere, perché il tempo, come i soldi, è una risorsa diseguale.

C’è poi un altro costo, meno visibile ma altrettanto reale: il senso di colpa.

La sostenibilità, così come ci viene raccontata, a volte è un campo minato morale. 

Se non compri bio, se non ricicli perfettamente, se prendi un volo low cost, vieni percepito come “meno virtuoso”. 

Ma chi decide la misura della virtù ambientale?

Ecco il motivo per cui ho deciso di scrivere di questo tema a me molto caro, ma nello stesso tempo ricco di trabochetti e false sostenibilità.

Nel mio articolo SOSTENIBILITÀ SENZA GIUDIZIO, tratto a pieno questo argomento del senso di colpa. Ecco perchè sono convinta che partendo da 2 semplici azioni che non implicano investimento di tempo e denaro, ma che possono fare la differenza nel lungo tempo, possono farti iniziare questo percorso verso la tua sostenibilità un passo alla volta.

Forse dovremmo ammettere che non tutti possono (o devono) arrivare alla “perfezione green”.

Essere sostenibili non dovrebbe essere un titolo d’élite, ma una scelta graduale, accessibile e soprattutto inclusiva.

Green marketing

Marketing verde o vera responsabilità ambientale?

Viviamo in un’epoca in cui anche le multinazionali più inquinanti hanno scoperto la magia del verde.

Improvvisamente tutto è “eco-friendly”, “carbon neutral”, “plastic free”… peccato che spesso siano solo etichette appiccicate sopra vecchie abitudini.

Si chiama greenwashing, ed è una delle trappole più subdole della sostenibilità moderna.

Le aziende lo sanno: oggi il consumatore premia chi appare etico.

Pensiamo ad una multinazionale italiana del settore energetico, di cui le  sue attività includono l’esplorazione e la produzione di petrolio e gas, la raffinazione, il trasporto e la commercializzazione di energia. Ora è anche attivamente impegnata nello sviluppo delle energie rinnovabili e nella mobilità elettrica.

Ma siamo certi della sua bontà sostenibilie?

Io ho i miei dubbi. 

Queste grandi aziende investono milioni in campagne marketing dal tono “consapevole”, ma magari continuano a produrre tonnellate di rifiuti o a sfruttare lavoratori dall’altra parte del mondo (riferimenti espliciti a marchi di fast fashion).

Il problema è che questo  green marketing ci confonde molto.

Chi vuole davvero fare scelte sostenibili si trova bombardato da messaggi contraddittori: ogni marchio si proclama il più etico, ogni prodotto il più “naturale”.

Ma la sostenibilità non si misura a colpi di claim pubblicitari, si misura in coerenza, trasparenza e impatto reale.

Potrebbero interessartidei miei articoli che tirannò capire meglio su cosa si basa la sostenibilità delle aziende:

C’è anche un lato positivo in questa moda verde: se le aziende sentono il bisogno di mostrarsi sostenibili, vuol dire che la sensibilità collettiva sta cambiando. Che il consumatore oggi ha potere.

Il rischio, però, è che il discorso ambientale venga trasformato in un trend estetico, una questione di immagine, più che di sostanza.

La domanda che dovremmo farci è: stiamo davvero cambiando il sistema o ci stiamo solo adattando alla sua versione “eco-chic”?

Green elitism

Come evitare il green elitism

C’è una parola che dovremmo usare di più: inclusività.

Sì, anche nella sostenibilità. 

Perché se l’essere green diventa una gara a chi è più puro, più coerente, più “etico”, allora stiamo sbagliando tutto.

Il cosiddetto green elitism nasce proprio da qui, quando la sostenibilità smette di essere un obiettivo collettivo e diventa una bandiera identitaria.

Ma soprattutto voglio chiedere a tutti i green influencer di essere effettivamente obiettivi e sinceri e non immolarsi come paladini senza macchia della sostenibilità quotidiana e familiare.

Sono sicura che nessuno di loro è sostenibili  e realmente come lo mostra, ecco perchè nel mio blog e nei miei articoli sostengo quelle persone che vogliono intraprendere il loro percorso verso una sostenibilità quotidiana senza sensi di colpa ma gioendo dei piccoli traguardi che fanno comunque la differenza.

È il momento in cui chi compra bio guarda dall’alto in basso chi compra al discount, o chi si vanta di non prendere mai un aereo giudica chi vola una volta all’anno per vedere la famiglia.

Questo atteggiamento non aiuta la causa ambientale, la divide.

Se anche tu ti trovi a questo punto della vita ti può essere utile la mia guida: 7 Passi Semplici per iniziare a vivere in modo sostenibile nella tua vita quotidiana, scritta da una imperfetta sostenibile per imperfetti sostenibili.

Essere sostenibili non significa essere perfetti, ma consapevoli.

E la consapevolezza è fatta di piccole scelte quotidiane, non di certificati morali.

Un esempio? Comprare meno cose, usare ciò che si ha, riparare invece di buttare.

Non serve vivere in una casa passiva o guidare un’auto elettrica da 50 mila euro per contribuire al cambiamento.

Leggi il mio articolo GUIDA ALLA SOSTENIBILITÀ QUOTIDIANA CON PICCOLI GESTI

Serve empatia.

Capire che ognuno ha un punto di partenza diverso ed un percorso di vita diverso.

Ill mio lavoro di family utily abbinato a quello di blogger consiste proprio nell’identificare il bisogno reale e in base alle proprie disponibilità e vissuto aiutarlo a raggiunger il proprio obiettivo.

Per qualcuno, la vera rivoluzione green è smettere di usare bottiglie di plastica. 

Per qualcun altro, è cambiare lavoro per lavorare nel settore ambientale.

Entrambe le scelte contano. E nessuna dovrebbe essere giudicata “più autentica” dell’altra.

Forse dovremmo spostare la conversazione dalla perfezione alla partecipazione.

Perché finché il movimento green sarà percepito come una nicchia di privilegiati, difficilmente diventerà un movimento di massa.

E’ necessario far sentire le persone grate dei propri traguardi giornalieri per elevarli a traguardi importanti e di rivoluzione stessa.

Sostenibilità in famiglia

Verso una sostenibilità accessibile a tutti

E allora da dove si riparte?


Dalla realtà. 

Dall’ammettere che la sostenibilità non può essere una moda da salotto o un hashtag da weekend

Deve diventare un linguaggio quotidiano, semplice, praticabile da chiunque.

Questo significa politiche pubbliche più eque, incentivi per chi vuole cambiare ma non ha i mezzi, trasporti accessibili, filiere locali sostenute davvero (cosa che ad ora non è e vede costretti molti piccoli imprenditori a chiudere le loro aziende soprattutto nel settore agricolo e piccoli allevamenti).

Significa rendere la sostenibilità non solo “bella” ma anche possibile.

Le istituzioni hanno la loro parte, certo, ma anche noi cittadini possiamo spingere in questa direzione.

Come?

Sostenendo aziende e realtà che praticano la trasparenza vera, non quella di facciata.

Iniziando da semplici azioni quotidiane come scegliere un fornitore di luce e gas sostenibile per davvero con garanzie all’origine sapendo che un costo di qualche euro in più al mese può fare realmente la differenza.

Cercare di aprire le nostre menti a possibilità di rendite etiche che ci possono aiutare nel nostro percorso di sostenibilità senza etichettare tutto come truffa o non funziona senza nemmeno aver considerato la possibilità di provare.

Questo tipo di opportunità arrivano sempre al momento giusto e sta a noi cogliere.

Probabilmente se stai leggendo questo articolo e sei arrivata/o fino a qua qualcosa ti ho lasciato.

Ma non voglio fermarmi qua, voglio darti anche la possibilità di poter approfondire questo argomento assieme a me, senza impegno, un semplice caffè virtuale.

Se vuoi puoi dare un’occhiata al mio profilo Instagram per capire di cosa parlo.

Condividendo conoscenza, non giudizi, promuovendo esempi di sostenibilità “umana”, non patinata, chiedendo che le soluzioni green siano pensate per tutti, non solo per chi può pagare di più.

Perché la sostenibilità, se non è inclusiva, non è sostenibile davvero.

Non è solo una questione ambientale, ma anche sociale.

Un pianeta più verde richiede una società più giusta e questo passa anche dal modo in cui parliamo di ecologia.

Smettiamo di trattare la sostenibilità come un lusso da esibire e iniziamo a considerarla un diritto collettivo.

Non “chi può”, ma “come possiamo”.

Non “quanto sei green”, ma “quanto possiamo migliorare insieme”.

Il lato umano del verde

Essere green oggi è un privilegio, sì, ma non deve rimanerlo.

La vera sfida non è mostrare quanto siamo virtuosi, ma rendere la virtù possibile per tutti.

La sostenibilità autentica non divide, unisce. 

Non giudica, accompagna.

È fatta di imperfezioni, compromessi e tentativi quotidiani.

E forse, proprio lì, in quella zona grigia tra l’intenzione e l’azione, si trova il futuro del movimento green.

Un futuro in cui non servono portafogli pieni o certificazioni eco, ma solo la voglia di fare la propria parte, nel modo più onesto possibile.

Allora sì, essere green smetterà di essere un privilegio.

E diventerà finalmente ciò che dovrebbe essere da sempre: una scelta possibile, collettiva, reale.

E tu che ne pensi?

La sostenibilità oggi è davvero accessibile o è ancora un lusso per pochi?

Raccontamelo nei commenti, mi interessa capire come la vivi tu, nel tuo quotidiano.

Un abbraccio Lisa

Questo articolo contiene link di collaborazioni che rispecchiano i miei valori di sostenibilità, eticità e trasparenza, nonchè servizi che utilizzo in prima persona.

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